Quando lo sguardo si ferma, la mente smette di vagare

Meditazione, attenzione focalizzata e il segreto per calmare le fluttuazioni mentali

Adriana Giulia Moretto

2/9/20262 min read

a lit candle with a dark background
a lit candle with a dark background

Chiunque abbia provato a meditare lo sa: la mente è come una fiamma al vento.
Basta poco perché inizi a tremare, divagare, raccontare storie.

La tradizione buddhista ha sempre saputo che la mente segue ciò che guarda.
Per questo, in alcune pratiche antiche, si inizia proprio da lì: dallo sguardo.

Non per forzarlo,
non per irrigidirlo,
ma per invitarlo a fermarsi.

La fissità dello sguardo non è rigidità

Quando parliamo di fissità dello sguardo, non intendiamo uno sguardo teso o contratto.
Al contrario, nella meditazione kasiṇa lo sguardo è:

  • morbido

  • continuo

  • senza inseguire nulla

È uno sguardo che rimane, come una foglia che galleggia su acqua calma.

Quando lo sguardo smette di saltare da un punto all’altro, anche la mente smette di farlo.

La mente ama vagare (e non è un problema)

Nel linguaggio moderno si parla di mind wandering:
la mente che va altrove, anche quando vorremmo restare presenti.

Nel linguaggio buddhista, questa stessa esperienza viene descritta come mente dispersa, non ancora raccolta (asamāhita).

La meditazione non combatte questa tendenza.
La educa.

E uno dei modi più semplici per farlo è offrire alla mente un punto stabile, qualcosa che non cambia:
un colore, una luce, una forma.

La meditazione kasiṇa: uno sguardo, un mondo

Nella meditazione kasiṇa si utilizza un oggetto visivo semplice:
un disco colorato, una fiamma, la luce, la terra.

All’inizio lo si guarda.
Poi, lentamente, lo si ricorda.
Infine, lo si dimora interiormente.

A un certo punto, non è più lo sguardo fisico a sostenere la pratica,
ma una presenza mentale continua.

La mente non vaga perché ha trovato casa.

Quando la mente smette di fluttuare

Chi pratica meditazione profonda descrive spesso la stessa esperienza:

  • i pensieri diventano più radi

  • il tempo perde importanza

  • c’è meno dialogo interno

  • la mente è chiara ma quieta

Nel buddhismo questo stato si chiama samatha: il calmo dimorare.
Non è vuoto.
Non è trance.
È una mente sufficientemente ferma da vedere.

Fermare lo sguardo è un atto di gentilezza

Viviamo in un mondo che chiede agli occhi di muoversi continuamente:
schermi, notifiche, immagini, stimoli.

La fissità dello sguardo, in meditazione, è un gesto controcorrente.
È dire alla mente:
“Puoi riposare.
Non devi inseguire tutto.”

Ed è spesso in quel riposo che le fluttuazioni mentali iniziano, naturalmente, a dissolversi.

Un ponte tra antico e moderno

Le neuroscienze oggi osservano ciò che i meditatori sanno da secoli:
quando l’attenzione si stabilizza, la mente vaga meno.

Il buddhismo lo dice con altre parole, ma indica la stessa direzione:
una mente unificata (ekaggatā) è una mente che soffre meno, perché è meno frammentata.

Conclusione: quando lo sguardo si posa, la mente si posa

Fermare lo sguardo non è il fine.
È la porta.
Oltre quella porta, la mente scopre che non ha bisogno di correre continuamente.
Che può stare.
Che può vedere.

E, forse per la prima volta, può ascoltare il silenzio tra un pensiero e l’altro.